Riflessione sul saggio di Brevini

Riguardo la tesi di Brevini penso che la sua riflessione sia esatta; spesso dietro il mito dei grandi autori

letterari non vediamo o non consideriamo le difficoltà che questi hanno avuto nel comporre, in una lingua

che oggi diamo per scontata ma che all’epoca era del tutto innovativa ed estranea, i loro capolavori.

Dietro questa lingua italiana esistevano dei dialetti di gran lunga più costruiti e propri del popolo, oggi

sottovalutati per la loro importanza in quanto una minoranza parlata, ma al tempo esistenti come vere e

proprie lingue locali molto più conosciute dell’innovativo italiano aulico, lingua di pochi e per pochi. Da

Dante fino al Rinascimento, appunto, possiamo vedere questa necessità di una lingua unitaria, che forse

non beneficiò alla libertà di espressione di scrittori e intellettuali, e portò a varie soluzioni e riflessioni che

rimasero però in un’immutabilità senza tempo, lasciando così il modello petrarchesco fino alla fine del

1800. La costruzione della lingua può anche identificarsi anche con la costruzione dell’Italia, che si compie

prima solo attraverso un’identità comune, propria soprattutto del sentire degli intellettuali, poi con

l’affermarsi del concetto di nazione, ancora senza stato però, poiché pur sentendosi italiana la gente era

comunque legata alle realtà locali, al pari della lingua, fino ad arrivare allo stato vero e proprio raggiunto

solo a metà ottocento.

Trovo perciò le sue considerazioni tutt’altro che superficiali, poiché scavano dietro le opere  e i banali

argomenti sul problema della questione della lingua, ponendo una diversa chiave di lettura spesso

trascurata e aprendo anche la problematica delle enormi difficoltà che dovettero affrontare i grandi autori,

e della stessa limitatezza di espressione delle opere, a cui poco si accenna, che, scritte in dialetto, forse

sarebbero state ancora più espressive e certamente più profonde.

Annunci